In principio era Muccino.
E’ stato il primo a fare un film sui circatrentenni in crisi con la loro vita adulta e le loro ambizioni da peter pan. C’erano uomini, donne, vecchi e giovani che discutevano urlando dei loro fallimenti e delle loro insoddisfazioni. Orrendo a suo modo, ma bisogna ammettere che è stato il primo a porre la questione. E, come dicevano i doors “no one get out alive”.
Poi i ciractrentenni sono diventati un sottogruppo sociologico (come le preadolescenti) e ci sono stati saggi, serie televisive, interminabili sedute di psicanalisi di gruppo sulla precarietà come stile di vita. Ci si era messo anche l’ex ministro dell’economia a dare definizioni, non proprio gentilissime, di questa categoria (oddio, sembrano passati millemila anni e invece era settembre scorso…).
Quando anna negri ha deciso di farci un film deve essersi resa conto che l’argomento non era proprio nuovissimo e che il rischio di dire cose già dette era forte; il risultato però è stato davvero buono.
Innanzitutto perché ha preso la questione per le corna, cercando di spiegare in che modo la precarietà lavorativa possa influenzare quella sentimental-sociale; per carità, la storia è vecchia quanto il cucco (maschio che abbandona il nido poco dopo essere diventato padre per chiavarsi bonissima sconosciuta che diventa la sua legittima mentre l’effettiva legittima semplicemente ha un esaurimento nervoso per l’abbandono e perché gestisce da sola il piccolo erede) e come diceva uno dei personaggi “artrochè precarietà, erano cose che succedevano pure ai tempi de’mi’nonno…”, ma la decisione di strutturare il film come un documentario, con annesse interviste ai vari protagonisti (escamotage utilizzato anche nella prima serie di sex and the city) è stata vincente. Per cui mentre da un lato c’è la coppia che scoppia dall’altro ci sono due poveri sfigati che si cono impegnati pure il cibo nel frigorifero per girare un documentario sui ggggiovani precari e dopo la separazione dei due si ritrovano ognuno a seguire le imprese di uno dei due membri della coppia.
Poi, la coppia non è composta da due precari qualunque, ma sono due tipi che fanno un lavoro creativo (attore lui e montatore lei); anche questa si rivela essere una scelta felice, dato che non si parla dei poveracci che lavorano in atesia, ma di due persone che in teoria, anche se precari, dovrebbero essere realizzati. E invece ci sono un sacco di considerazioni, per niente banali, sul fatto che l’attore, specie quello di tv, alla fine fa un lavoro ripetitivo e alienante molto diverso dai sogni di gloria che si possono fare nell’adolescenza e che sono pasciuti da programmi televisivi come amici.
Poi, a differenza dei film di muccino, ma anche dell’ultimo di virzì, non c’è la rete familiare: c’è la solidarietà tra amici ma non ci sono figure di nonne e zie vicino alla creatura, come di solito succede in situazioni del genere.
Poi è piccolo, italiano, con attori bravi bravi…andatelo a vedere…
E’ stato il primo a fare un film sui circatrentenni in crisi con la loro vita adulta e le loro ambizioni da peter pan. C’erano uomini, donne, vecchi e giovani che discutevano urlando dei loro fallimenti e delle loro insoddisfazioni. Orrendo a suo modo, ma bisogna ammettere che è stato il primo a porre la questione. E, come dicevano i doors “no one get out alive”.
Poi i ciractrentenni sono diventati un sottogruppo sociologico (come le preadolescenti) e ci sono stati saggi, serie televisive, interminabili sedute di psicanalisi di gruppo sulla precarietà come stile di vita. Ci si era messo anche l’ex ministro dell’economia a dare definizioni, non proprio gentilissime, di questa categoria (oddio, sembrano passati millemila anni e invece era settembre scorso…).
Quando anna negri ha deciso di farci un film deve essersi resa conto che l’argomento non era proprio nuovissimo e che il rischio di dire cose già dette era forte; il risultato però è stato davvero buono.
Innanzitutto perché ha preso la questione per le corna, cercando di spiegare in che modo la precarietà lavorativa possa influenzare quella sentimental-sociale; per carità, la storia è vecchia quanto il cucco (maschio che abbandona il nido poco dopo essere diventato padre per chiavarsi bonissima sconosciuta che diventa la sua legittima mentre l’effettiva legittima semplicemente ha un esaurimento nervoso per l’abbandono e perché gestisce da sola il piccolo erede) e come diceva uno dei personaggi “artrochè precarietà, erano cose che succedevano pure ai tempi de’mi’nonno…”, ma la decisione di strutturare il film come un documentario, con annesse interviste ai vari protagonisti (escamotage utilizzato anche nella prima serie di sex and the city) è stata vincente. Per cui mentre da un lato c’è la coppia che scoppia dall’altro ci sono due poveri sfigati che si cono impegnati pure il cibo nel frigorifero per girare un documentario sui ggggiovani precari e dopo la separazione dei due si ritrovano ognuno a seguire le imprese di uno dei due membri della coppia.
Poi, la coppia non è composta da due precari qualunque, ma sono due tipi che fanno un lavoro creativo (attore lui e montatore lei); anche questa si rivela essere una scelta felice, dato che non si parla dei poveracci che lavorano in atesia, ma di due persone che in teoria, anche se precari, dovrebbero essere realizzati. E invece ci sono un sacco di considerazioni, per niente banali, sul fatto che l’attore, specie quello di tv, alla fine fa un lavoro ripetitivo e alienante molto diverso dai sogni di gloria che si possono fare nell’adolescenza e che sono pasciuti da programmi televisivi come amici.
Poi, a differenza dei film di muccino, ma anche dell’ultimo di virzì, non c’è la rete familiare: c’è la solidarietà tra amici ma non ci sono figure di nonne e zie vicino alla creatura, come di solito succede in situazioni del genere.
Poi è piccolo, italiano, con attori bravi bravi…andatelo a vedere…







